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Possedimenti del monastero di San Pietro de Lacu

La storia

San Domenico, fondatore del monastero di San Pietro, arrivò nelle nostre contrade nell’anno 1017 e vi dimorò per circa una decina di anni.
I conti Berardo, Teodino e Randisio di Valva invitarono il monaco Domenico ad edificare un monastero, sorse così il Monastero di San Pietro de Lacu i cui ruderi si trovano sotto Forca Silvana.
I detti conti dotarono il monastero di molti beni ed i loro discendenti nell’anno 1067 confermarono la donazione.
Il monastero di San Pietro e l’eremo di Prato Cardoso (la grotta situata al di sopra della diga) furono in seguito donati, sempre dai conti di Valva, a Montecassino, unitamente a tutti i possedimenti.
Come ho detto il monastero venne dotato di molti beni, vediamo i confini: fine Scannu et fine Serra de Caminu de ipso Monte, et fine Serra de Monte Argatone, et pergit in serra de Pile, et pergit in ipso Reniezo, et ab inde ascendit per ipsum Monte de Pererula, et venit in Maccla de Lumenta (l’odierna Macchia Iumenta) , et venit in ipso Varecu et venit in Furca Silvagni (l’odierna Forca Silvana? ) et pergit per Cacumen ( la cima) de Monte S. Angeli et descendente per ipso monte et venit super petre ubi Lecina Vocatur; et pergit per ipso Lacu ad coda de Tassetu et pergit longu ipso Lacu de Voluntatis (ancora con la maiuscola) et venit ad Scannum in priores fines. Per quanto riguarda il monte Argatone lo ritroviamo citato nella bolla di Clemente III, nella quale sono nominate tutte le Chiese della Diocesi dei Marsi, il Monte Argatone è posto confine con Valva. Andrea di Pietro, nella storia dei paesi della Marsica, trattando del paese di San Sebastiano dice che esso si trova alle falde del Monte Argatone. Il confine della Diocesi dei Marsi, stando sempre alla bolla citata, passava “per Argatonem, per Serram de Camino, per Serram Fermellae, inde ad montinum vetus, inde ad Furcam Aceri”, ora il Monte Argatone deve essere quella che oggi è la Montagna Grande di Villalago.
Il Monastero di San Pietro possedeva quindici celle.
Nel territorio di Castro possedeva la Chiesa di Santa Lucia che rendeva due tomoli di grano all’anno; don Paolo Finocchi la pone in Fonte Cinno.
Il monastero di San Pietro ebbe vita lunga, che durò oltre cinquecento anni, dal 1017 al 1532.
I monaci vi ebbero dimora fino al 1474. Dopo la partenza dei monaci dipese direttamente da Montecassino, dopo il 1523 decadde del tutto e i suoi beni furono fatti oggetto di appropriazione da parte dei paesi vicini. I Belprato di Anversa furono i maggiori usurpatori. La famiglia Belprato già in precedenza aveva compiuto molteplici atti di vessazione nei confronti dei monaci di San Pietro.
Per quanto riguarda l’episodio narrato dalla leggenda, circa l’aggressione dei castresi all’abbate Domenico, bisogna dire che non esistono documenti a sostegno del fatto. Ci sono però molti documenti del tempo, riguardanti altri monasteri, dai quali si evincono notizie di liti frequenti tra i monaci e gli abitanti delle terre a loro soggette. Gli uomini soggetti ai monasteri erano tenuti come schiavi e vincolati al territorio, ogni tanto qualcuno provava a ribellarsi e a proclamarsi uomo libero, non soggetto alla giurisdizione dell’abbate, allora si istruivano processi, i monaci esibivano i loro documenti di concessione e la controversia volgeva sempre a loro favore e gli uomini si ritrovavano schiavi.
Molto probabilmente tra i monaci di San Pietro de Lacu e gli abitanti della contrade di Castro corsero controversie per lo sfruttamento dei pascoli e dei boschi, e si arrivò allo scontro fisico.


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