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La storia
Abbiamo visto che don Giovanni Battista de Roberto nel 1721 acquista Castro Valva. A quel tempo questo personaggio ricopriva l’ufficio di Regio Tesoriere di Chieti: aveva l’appalto della riscossione delle tasse per l’Abruzzo Citra; la famiglia de Roberto era originaria di Lucera. Al momento dell’acquisto, del feudo di Castro, Giovanni Battista non mi sembra avesse un qualche titolo nobiliare, in quanto negli atti compare solo con il “don” (signore), per il titolo nobiliare dobbiamo arrivare al 30 Novembre del 1725, infatti da un documento dato in Napoli in questa data, registrato nel Collaterale Partium vol. 1291 c 92v A.S. Napoli, troviamo che” don Giovanni Battista de Roberto per la fedeltà e i servigi resi alla corona viene insignito del titolo di marchese di Castrovalva”; il feudo di Castro Valva nel 1721 era baronia e il de Roberto avrebbe dovuto acquistare il titolo di barone, ma molto probabilmente la posizione economica di Giovanni Battista gli permise di comprare il titolo di marchese e di elevare il feudo di Castrovalva da baronia a marchesato; oppure acquistò il titolo di barone e dopo comprò quello di marchese elevando anche Castro.
Nell’A.S. di Sulmona troviamo alcuni documenti riguardanti Giovanni Battista: il primo è l’atto di richiesta di assenso delle monache del Monastero di Santa Chiara di Sulmona, al Vescovo di Sulmona, per la concessione di un prestito di 2.000 ducati al marchese G.B. de Roberto; il secondo documento è una lettera della marchesa Roberti, che da Chieti scrive ad un fiduciario di Castrovalva per la riscossione di alcune somme di denaro; il terzo è la richiesta fatta dalle monache di Santa Chiara di Sulmona per la confisca del feudo di Castro Valva, le cui rendite furono ipotecate dal de Roberto a favore del Convento a garanzia della restituzione del prestito di cui sopra; vedremo in seguito questi documenti. Altro documento è quello conservato sempre in A.S. Sulmona Fondo Obbliganze b. 4 vol 18, a data Sulmona 10 Ottobre 1763 del seguente tenore: “si è costituito alla mia presenza il Mag. Saverio Castrucci di questa città il quale di sua spontanea volontà […] asserisce come essendosi dall’ill. don Domenico Troise Regio Tesoriere di Chieti proceduto al sequestro della terra di Castrovalva e che per questo fatto non c’è chi in Castro vi amministri la giustizia; il detto Castrucci si obbliga con i propri beni e giura di amministrarla egli stesso”.
Giuseppe Maria Galanti nella sua “ descrizione del Regno delle due Sicilie” trattando di Castrovalva scrive: “ fu feudo di un tesoriere di Chieti, detto marchese Roberti, il quale essendo rimasto debitore del fisco, fu messo sotto sequestro. Il tesoriere vi elegge gli ufficiali della giustizia.
Vediamo l’atto di richiesta di assenso presentato dalla Badessa e Monache di Santa Chiara di Sulmona al Vescovo Mons. Matteo Odierna per la concessione del prestito al de Roberto.
L’assenso viene “ datum in Sulmona ex Camera Episcopali die vigesima Septembris 1731”.
“All’illustrissimo reverendissimo Signor […] L’Abbadessa e Monache del Suo venerabile Monastero di Santa Chiara in Sulmona, con nuova supplica gli rammentano, come gli giorni passati gli esposero, che del denaro che tenevano ozioso in cassa di deposito, ne havevano trovato ad impegnare docati duemila con il Signor marchese don Giovanni Battista Roberti commorante in Chieti, il quale gliene avrebbe renduto una annualità censuale di docati centoventi alla ragione di sei per cento, da percepirsi dal suo feudo di Castro Valva, in specie avrebbe ippotecato, una con tutti i corpi feudali, e burghensatici, ed annue rendite, che vi possedeva e possiede, con la riserba del Regio Assenso da impretarsi, a i feudali e con la faciliore esazione sopra gli annui docati cento cinquanta e grana settanta, che sopra la detta Terra possedeva e possiede in burghensatico per capitale di docati duemila, cento cinquantadue e grana quarantacinque, con facoltà di poterseli intestare per detta rata di docati centoventi, franca e libera da ogni ritenzione, che potesse sopravvenire, o che si trovasse imposta, e senza pregiudizio nel caso che non potessero esiggersi, per qualsivoglia causa, anche inopinata, di potersi soddisfare dall’altre rendite feudali e burghensatiche di detta Terra e da qualsivogliano rendenti de suoi beni stante l’ippoteca generale , alla quale con la speciale non si sarebbe pregiudicato soggiungendo che detta terra di Castro Valva si ritrova giuramente comprata da detto Signor marchese sin dall’anno 1721, dal signor don Luiggi de Rosa, con l’eccezione del Signor marchese don Prospero de Rosa suo padre per ducati 8.000, di maniera che l’impegno sarebbe stato più sicuro, anche a ragione di detta faciliore esazione sopra i primi e precipui frutti di detti fiscali, che si sarebbero ricevuti con la facoltà d’intestarseli come sopra. E essendosi Vostra Signor Illustrissima compiaciuta sotto li tredici del corrente mese di settembre 1731 ordinato che nell’Agosto se ne fecie presa l’informazione per il Reverendo Arciprete d’Anversa don Francesco Agnitti ad oggetto di vedere se con l’effetto l’impegno era sicuro e ridondava in utilità del Monistero, è stata di già detta l’informazione presa, e trasmessa in detta Curia, e suppongono le oratrici, che da essa vi salvi la verità dell’esposto, cosi circa la sicurezza, come circa l’utilità ad oggetto però, che dell’una e dell’altra meglio apparirà gli esibiscono la cosa in forma valida degli strumenti d’acquisto stipulati in Napoli per mani del Notaio Giovanbattista Giordano, uno sotto il 4 di Luglio 1721 e l’altro sotto il 16 di settembre del 1722 cum potestate relaxandi copiam aliam consimilem et da essi si vedrà chiaramente che gli annui docati cento cinquanta, et carlini sette di funzioni fiscali sono effettive per il capitale di docati duemila, centocinquantadue e grana ottantacinque, e che perciò si possono ricevere per la faciliore esazione nel modo sopra espresso e che sono in burghensatico supplicano intanto V S Ill del suo assenso e beneplacito per potersene stipulare le debite cautele a consiglio de savi con l’ippoteca speciale di tutti gli altri corpi burghensatici e feudali che sono in detta Terra di Castro Valva et in generale sopra tutti gli altri beni di detto Signor marchese, Regio Assenso impretando in qualsivoglia tempo per maggiore sicurezza per detti feudali, che dalla grazia Vostra […]”.
L’assenso viene concesso.
Vediamo ora l’altro documento: la lettera con la quale la marchesa Ruberti (così si firma) chiede la riscossione di alcune somme ad essa dovute dai castresi.
Manca il nome del destinatario ma secondo me dovrebbe essere un fiduciario della famiglia dei Di Luzio di Castro.
“ Mio carissimo: questa mattina mi è capita (ta) la vostra lettera del trenta dello prossimo scaduto mese di Luglio, per mezzo di un prete venuto dalla badia di Sulmona , da cui rilievo che per sabbato prossimo col mezzo del Padre Procuratore don Lodovico Mastrozzi mi avresivo ricapitata qualche somma di denaro e che il resto siccome ne facete la esazione così ricapitormelo onde non mangate di avvalervi anche della giustizia per la esazione delle predette rendite atteso per la dimora fa il marchese mio figlio in Napoli mi occorrono delle slabocchevoli spese: Vivo per tanto sicura che sarete per dare una pronta esecuzione ai miei ordini altrimenti se voi non potete eseguirli mandatemi i bilanci unitamente alle polizze, che sarà mio pensiero di appoggiare ad altro soggetto la suddetta esazione delle rendite marchionali, e mi fanno allimare pur una volta la nota causa, non sono degni di alcuna compassione. Pregandovi dal cielo infinito bene”.
Chieti li 2 Agosto 1759, la marchesa Ruberti.
Da un bilancio dell’Università di Castro del 1756-1757 si ha che Castro pagava al marchese Stefano Roberti rendite per l’affitto della Montagnola , per l’affitto del mulino e per i diritti di pesca sul fiume Sagittario. Dal catasto onciario della stessa epoca si ha che il marchese don Alessandro Ruberti possedeva in bonatenenza ¼ della montagna di Rufigno, il mulino, la taverna ed altri beni. Ora la parte di Rufigno che è rimasta a Castro potrebbe essere quella di spettanza feudale.
Ritorniamo alle Monache di Santa Chiara. Il monastero non ottenne la restituzione della somma prestata a Giovanni Battista Roberti nei tempi previsti dal contratto e domandò la vendita del feudo di Castro Valva per la soddisfazione del credito . Quanto sopra lo deduciamo da un documento conservato in AS Sulmona, busta miscellanea fascio 8 donazione di Tommaso. Riassumiamo il documento: che risulta essere una memoria presentata dalle Monache del Monastero di Santa Chiara ad un non precisato “Signore” ( sicuramente una autorità religiosa della diocesi), “ Il Monastero di Donne di Santa Chiara della città di Sulmona sin dal 1731 diè al marchese Giovan Battista Roberti ducati 2.000, per pagare questi una significatoria spedita dalla Regia Camera contro don Nicola Roberti di lui fratello per l’amministrazione della Tesoreria di Chieti di proprietà del marchese istesso. Vendè pertanto il marchese al Monastero, col patto di ricomprare, i frutti del feudo di Castro Valva […] essendosi mancato dal Roberti da pagamenti, giusta i patti, si dimandò sin dal 1753 in Real Camera la rescissione del contratto e la soddisfazione del capitale e delle terze, e l’assistenza sopra il feudo e la partita de fiscali. Il tutto legittimamente si adempì e in data 7 Settembre 1761 si propose causa e con solenne sentenza la Regia Camera rescisse il contratto, condannò il marchese don Stefano Roberti a pagare i ducati 2.000 di capitale e gli interessi sino al di della contestazione della lite, con l’assistenza dei beni feudali e burghensatici per venderli o aggiudicarli, e che nell’esecuzione fosse sentito anche il Regio Fisco in quanto parte in causa, e fu pur condannato il Roberti alle spese della lite. In base alla sentenza il Venerabile Monastero procedè al calcolo di quanto dovuto per cui al 7 di Settembre del 1761 si doveva al Monastero la somma di ducati 1074.58 1/3 oltre il capitale di ducati 2.000 in più le somme spese sino in avanti alla totale esecuzione della sentenza. Stimò pertanto nel 1774 il Monastero di chiedere l’esecuzione e che si fosse proceduto alla vendita del feudo di Castro Valva e della partita de fiscali e che si fosse ordinato il calcolo dell’interesse dal 7 Otttobre 1761 in avanti. In seguito il Monastero, per non volere lite con il Fisco, richiese che il Fisco stesso, in mano di cui è tutta la roba di Roberti, avesse preso l’espediente per la soddisfazione”. Ora, la memoria del monastero di Santa Chiara è dovuta al fatto che lo stesso non è ancora riuscito ad ottenere la restituzione delle somme ad esso spettanti, ne dalla famiglia Roberti ne dal Fisco; infatti, sempre dalla memoria di cui purtroppo non conosciamo la data, il monastero redige l’elenco delle rendite della famiglia Roberti che sono in mano al Fisco fin dal 1753, anno in cui nasce il debito del Roberti con il Fisco, debito ammontante a ducati 16.402; il monastero sostiene che il suo credito può essere benissimo soddisfatto in quanto facendo la differenza tra le rendite sequestrate, e amministrate dal Fisco, e quanto dovuto al Fisco stesso, avanzano ducati 6.512 di attivo con i quali si può benissimo soddisfare il monastero. Il monastero stima in ducati 17.352 la rendita dei beni della famiglia Roberti amministrati dal Fisco; da questi detraendo ducati 10.839 quale residuo dovuto al Fisco avanzano 6.512 ducati di attivo; il credito del monastero si aggira sui 5.000 ducati. Ora il monastero, giustamente, pretende dal Regio Fisco quanto dovuto dai Roberti. Se le Monache di Santa Chiara riescono a recuperare il credito non ci è dato di sapere.
Ora dal 1753, anno del sequestro, e fino al giorno dell’infeudamento in testa ai Pomarici Castrovalva è Terra Regia: amministrata direttamente dalla Corona , a mezzo di un funzionario governativo; ed essendo Terra Regia è anche Regia Corte: davanti al Governatore di Castro Valva possono essere portati atti di competenza Regia, che esulano dalla competenza baronale, feudale; nel Fondo Corti Feudali busta 11 vol. 47 Bugnara, AS Sulmona, a c. 121r Giovacchino Ferrara e Pasquale Nalli, tutti di Bugnara, compongono una controversia tra loro davanti alla Regia Corte di Castro Valva, siamo nel 1799 il 20 di Ottobre. Molto probabilmente la materia oggetto di controversia non poteva essere composta davanti alla Corte Feudale di Bugnara.
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